Therese

Un racconto originale di Antonio Scotto di Carlo

Vienna, 1810. Il narratore è il giovane servitore del maestro Beethoven

Un pomeriggio mi recai, a nome di Beethoven, presso gli uffici della filiale viennese della Breitkopf & Härtel per consegnare il manoscritto di alcune Variazioni per pianoforte e, vista la giornata di sole, ne approfittai per allungare la mia passeggiata.
Al ritorno, imboccato il rettifilo, notai un giovanotto aggirarsi loscamente dinanzi al palazzo. Tergiversava a pochi passi dal portone. Pareva allontanarsi, poi ci ripensava; faceva per bussare, ma tornava indietro, per poi bloccarsi a scrutare le finestre; si produceva in qualche timido giretto interlocutorio dal raggio di un metro e ripartiva alla carica, salvo mollare all’ultimo momento.
“Vi posso aiutare?” domandai, frantumando il cristallo della sua concentrazione.
Si voltò in preda allo spavento, ma nel guardarlo in viso restai io di sasso, essendo i suoi lineamenti tanto fini da sembrare una ragazza.
“Ho da recapitare una lettera al maestro Beethoven. Vive qui?” spiegò palesemente agitata, perché la voce era femminile, fuori discussione.
“Abita qui. Ma voi non siete un fattorino!”
“Sì che lo sono.”
“Fate sentire” mormorai accostandomi, “Eh, il profumo è di una fanciulla.”
“Cosa dite?” s’ingrugnì abbassando la voce di un’ottava, ma quella goffa simulazione la rese ancor più attraente.
“Avanti, che gioco è questo?”
“Invero, io…”
“No, no, non abbiate timore” la rassicurai con la maggiore affabilità di cui fui capace, “ho urlato soltanto per smascherarvi, per capire se la mia impressione, che siete una fanciulla, fosse corretta. Per quanto mi riguarda, potete girare pure travestita da dromedario.”
Mi fissò dubbiosa, ma subito si sciolse in un sorriso che la irradiò. I suoi occhi, scuri e intensi, dominavano il nasino custodito da una sparuta schiera di efelidi, mentre quasi mi pareva di sentire la delicatezza di quella pelle liscia e rosea che le modellava gli zigomi.
“Ho capito!” sussultai, “Vi siete travestita per scampare alla sua ira.”
“All’ira di chi?”
“Di Afrodite. Vi dà la caccia per paura di perdere il ministero.”
“Vi prendete gioco di me?” s’irrigidì alla mia lusinga.
“Sul serio, perché questi abiti?”
Lo sguardo, prima indugiò nei miei occhi, subito dopo cadde sulle scarpe.
“Non sono abituata a camminare per le strade da sola e paventavo spiacevoli incontri.”
“Con tutto il dovuto rispetto, questa mi suona da sciocchezza.”
“E mi date della sciocca così, apertamente?” replicò, dispiaciuta più che offesa.
La osservavo, e intanto pensavo a come uscirne.
“Non oserei mai, lo sciocco sono io. Vedete, persino la più formidabile arguzia, una volta attraversate le orecchie di uno sciocco, subisce il suo inaffidabile intelletto e non può che tornar fuori sottoforma di sciocchezza.”
“Se è così vi perdono” arrossì e, alzando gli occhi alle finestre forse per sfuggirmi, “Dunque è qui che abita il maestro?”
“Già, ma occupiamo soltanto un’ala del quarto piano.”
“Voi?” fece con repentino stupore.
L’ansia di giustificarsi l’aveva evidentemente distolta dall’indagare sulla legittimità della mia posizione.
“Io! Sono il ser… l’assistente di Ludwig, nonché suo mentore e factotum” le spiegai, vanaglorioso come chi si pavoneggia di amicizie importanti, anche se da quando quel volto apollineo mi era apparso, un sapore d’innocenza edulcorava ogni mia azione.
“Lo siete davvero o vi burlate di me?”
In risposta, non esitai a bussare.
“Cosa fate?” si allarmò.
“State a vedere.”
Fece per andarsene, ma l’aprirsi della porta la trattenne.
“Buongiorno, Joseph!” esclamai, salutando il maggiordomo.
“Buongiorno a voi.”
“Saliamo un attimo dal maestro, dato che questo scettico fattorino mi crede un millantatore.”
Ella chinò la testa, forse per nascondere le guance erubescenti.
“Non so se lo troverete, mi pare sia uscito” m’informò Joseph.
“Ora andiamo a controllare. Lascia, chiudo io.”
“Bene. A dopo.”
“A dopo. Siete soddisfatta?” le chiesi poi, facendo per entrare.
“Aspettate!” sobbalzò, afferrandomi per un braccio e facendomi fremere, “Siete sicuro voglia ricevermi?”
“È vero” trasalii, “Chi debbo annunciare?”
“Fräulein Therese Malfatti.”
“Bene. Come vi dicevo stiamo al quarto piano, e ritengo sarebbe meglio veniate su con me: qui non è raro imbattersi in facce patibolari…” bisbigliai con tono tetro.
“Forse avete ragione. Magari attenderò sulla porta.”
“Sarà una gioia passeggiare con voi su queste rampe.”
La invitai a precedermi, ma ella preferì rimanermi di fianco. Sembrava molto tesa, quasi guardinga, per cui provai di metterla a suo agio.
“Malfatti” ripresi, salendo quelle scale lievemente a giro, “Questo nome non mi è del tutto nuovo.”
“Avrete sentito parlare di mio zio, il dottor Malfatti…” disse timidamente.
“Sicuro!” realizzai ricordandomi del medico di Beethoven, “Allora siete anche voi italiana.”
Annuì con un labile cenno della testa.
“Alice, hai veduto il maestro?” domandai alla guardarobiera che proprio in quel momento stava scendendo, cogliendo l’occasione di ostentare la mia confidenza con la servitù del palazzo.
“Sì, stamattina” rispose, sorridendo al mio ‘amico’.
“Intendevo… lascia perdere” e proseguimmo.
“Mi dicevate che siete qui per…?”
“Ho un importante messaggio per il maestro da parte dello zio.”
“Con questi abiti?”
“Con questi abiti!” ribatté, tornando a quella distanza che le nostre comuni origini credevo avessero ridotta.
Giunti al piano, non si era ancora decisa a chiedermi il mio nome. Mi presentai.
“Lieta di fare la vostra conoscenza” rispose.
“La letizia è tutta mia! … Oh! Uhm… Sì, vedo se il maestro può ricevervi. Con permesso” e corsi via avvampando – mi avvidi di essere rimasto imbambolato a fissarla un po’ troppo.
Ella ebbe un cedimento e i suoi risolini mi trafissero nella schiena, inebriandomi: nulla gratifica un maschietto quanto divertire una bella ragazza.
Dopo aver controllato le stanze, tornai da lei per informarla che Beethoven non era in casa.
“Acciderba! sapevo che sarei dovuta passare ieri.”
“No, è meglio siate passata oggi. Molto meglio.”
“Come mai dite questo?” domandò, sorpresa alquanto dalla mia uscita.
“Ieri non mi avreste incontrato.”
Sorrise ancora, ma subito ridiventò seria.
“E ora come faccio? Devo assolutamente parlargli entro… riferirgli l’ambasciata entro oggi.”
“Se vi fa piacere, potete entrare ed attenderlo. Intrattenervi sarebbe la mia felicità.”
“Ve ne sarei davvero riconoscente.”
Tuttavia non oltrepassò il corridoio.
“Forse sarebbe più saggio ritentare domani.”
“E l’urgenza che avevate fino a un minuto fa?”
“Sapete, a volte la fretta è cattiva consigliera.”
“Capisco. Beh, poiché io sono la lentezza fatta persona… posso consigliarvi di lasciarvi accompagnare a casa?”
Leggiadra come la luna, acconsentì con un sorriso.
“Però togliete quest’elmo, e consentitemi di ammirarvi in tutto il vostro empireo splendore” le dissi mentre scendevamo le scale.
Mi accontentò, e lunghi capelli d’ebano le scivolarono dietro le spalle, lasciandomi senza fiato.
“Magnifici!”
“Si, ma adesso li ricopro” mormorò in prossimità del portone, iniziando a raccoglierli.
“No, perché?”
“Non vorrete che cammini per strada in tali condizioni?”
“Perché no?”
“Ma conoscete soltanto queste due parole?”
“Vi prego!”
“Non siate ridicolo!” sogghignò, rimettendosi il berretto e cingendo il braccio che le avevo offerto.
Uscimmo.
“Non credete che la gente possa malignare?” le feci notare, irridente, a venti passi dal portone.
Ella si turbò e mollò istantaneamente il mio braccio.
“Prima dunque avete detto la verità” sbuffò teneramente, guardandosi intorno, impermalita dal mio ridacchiare.
“A quale riguardo?”
“Che siete uno sciocco.”
“Per mia disgrazia sono nato così.”
Un guizzo le attraversò gli occhi.
“Beh, allora in mia compagnia vedete di non abusare del vostro talento.”
Come gli Inglesi si aggrappano alla meteorologia allorché la conversazione langue, così presi a salvagente l’Italia e i luoghi che ne conosceva, anche se – non si sa mai – specificai di essere ormai cittadino ungherese a tutti gli effetti… Partimmo dalla sua Lucca, per soggiornare a lungo nell’adorata Firenze, fino a Vienna. La sua partecipazione mi rese sicuro e loquace ancor più di quanto fossi stato – con mia sorpresa – sin lì, e ci ritrovammo a ridere e scherzare, raccontandoci degli aneddoti, il più frizzante dei quali fu quello del messaggio lasciato da un bontempone in una camera della locanda Masaniello.
La guardavo, e in ogni fotogramma del viso, a ogni vibrazione della voce, sentivo un alito di grazia e simpatia soffiarmi sul cuore il candore della sua ingenuità.
Come un fulmine a ciel sereno, un fulmine a ciel sereno innescò un’improvvisa burrasca, costringendoci a ripararci sotto un portico.
“Questa non ci voleva, acciderba!” sospirò, tirandosi in dentro per sfuggire alla pioggia trasversale.
“Forse non amate la pioggia?”
“Non in questo momento.”
“Perché, io la trovo…”
“Non immaginavo di impiegare in questa faccenda tanto tempo.” m’interruppe, facendosi sempre più apprensiva.
“Ma è pur tempo impiegato bene!” esclamai prendendole la mano.
“Cosa fate?” arrossì.
“Questo vermiglio sulle vostre gote vuol suggerire che debbo lasciarla?”
“No. Cioè sì…” e, ritirando la mano, “È che di certo mi staranno aspettando.”
“Lasciateli aspettare. Io vi ho attesa vent’anni, e poche ore rubate alla vostra famiglia non perderanno la vostra anima.”
“Eh, voi amate celiare!” replicò emozionata, scrutando le nuvole ancora prodighe, “Io però non ho avvisato che sarei uscita, ed ora saranno in pena.”
“Ma non eravate venuta a riferire un messaggio di vostro zio?”
“Sì, però è stata una mia iniziativa” precisò, alquanto impacciata, “e smettete di fissare i miei vestiti.”
“Non mi avete convinto” feci, coprendomi di scatto gli occhi.
“Mettete in dubbio la mia parola? E non sbirciate.”
“Non la vostra parola, ma la vostra ingenuità…” dissi, rimettendo le mani in tasca.
“Cosa intendete?”
“È costume del Destino lasciar credere alle sue pedine di disporre di volontà propria.”
“E quale mossa mi avrebbe indotta a compiere?” mi domandò, incantandomi con lo sfolgorio dei suoi occhi.
“Quale mossa? Beh, lasciatemi un minuto per pensare che poi ve lo dico.”
“Ah, ah! non avete più frecce in faretra!” ribatté, carezzandomi fugacemente la guancia, facendomi palpitare.
“Non cantate vittoria, potrei sempre avvalermi di quella che Eros mi ha conficcato nei ventricoli.”
Anziché rossa, stavolta diventò seria.
Possibile che le piacessi? Sul suo volto pareva esserci scritto di sì.
“Acciderba, maledetta pioggia!” riprese come per rimediare al pericoloso silenzio, “Pensate smetterà?”
“Oh Cielo! No, naturalmente.”
“No?”
“Volete scommettere?”
“Che continuerà a piovere?”
“Esatto.”
“Quanto?”
“Dunque, se seguiterà a piovere, mi darete un bacio. Se, al contrario, dovesse smettere… ahimè, lo darò io a voi.”
“Non mi pare una scommessa granché conveniente” mormorò, fissandomi e tentando di reprimere il sorriso che bramava di venir fuori.
“Lo ammetto, non sarebbe da galantuomini scommettere su un evento di cui già si conosce l’esito…”
“Quindi ribadite che la pioggia non cesserà?”
“Potete scommetterci!” e stavolta non riuscì a trattenersi.
“Ma come potete esserne tanto sicuro?”
“Ho appena finito di supplicare Dio che c’inondasse, e quando Lui esaudisce, Esaudisce!”
“Avete pregato Dio che piovesse?”
“Che diluviasse!”
“E il motivo di una tale inconsueta preghiera?”
“Perché così sarete costretta qui, e… e le mie lurche pupille potranno pascere del loro cibo prediletto!”
“Quale sia quest’ambrosia, non oso domandarlo.”
“Svelarlo non cambierebbe alcunché.”
“Cosa intendete?”
“Un arcobaleno ignora il proprio nome, non per questo incanta di meno” le spiegai, ispirato dalla rosa di Giulietta.
“Però, di questo passo, il vostro turibolo si svuoterà presto…”
“Non appena saprò cos’è un turibolo, farò fuoco e fiamme per riempirlo nuovamente.”
Ella mi fissava. Non capivo se fosse rapita o mi stesse studiando; il sorriso diceva però che fosse ben disposta. Sentivo che se l’avessi baciata non si sarebbe opposta. Sentivo o speravo? Nel dubbio non lo feci: il timore di rompere l’incantesimo mi bloccò.
“Toh, guardate!” fece quando il nuvolone passeggero partì dalle nostre teste, “Pare che Dio abbia deciso di togliere il sostentamento ai vostri occhi satolli.”
“La Bellezza non è alimento che sazi. E poi, se mi consentirete di scortarvi ancora…”
Intanto che fingeva di tentennare, con mano lesta le rubai il berretto e uscii allo scoperto.
“Cosa fate?” sbiancò, andando nel panico.
“Posso o no accompagnarvi?”
“Purché me lo ridiate immantinente.”
“Sicura?”
“Ho detto di sì.”
“Lo giurate?”
“Ve lo giuro.”
“E se…”
“Oh, insomma!”
“Tenete, ancorché incantiate molto di più senza.”
Facemmo pace e camminammo per venti minuti buoni. Sempre più spesso approfittavo degli spunti che la conversazione offriva per unire la mia mano alla sua; lei sembrava gradire, tanto che ogni volta indugiavo più a lungo. Ormai il mio cuore le apparteneva, e tutto in lei lasciava pensare che non volesse privarsene. Non rimaneva che scoprire se per bisogno o per trastullo.
“È dunque là che abitate?” m’interruppi – le stavo raccontando una storia – quando si fermò, indicandomi un’abitazione a una cinquantina di metri.
“Sì, e vi sarei grata se evitaste di scortarmi fino all’uscio” soggiunse con una punta di imbarazzo.
L’assecondai, anche se la sorpresa circa questo auspicio m’indusse a un silenzio con cui non l’aiutai a rilassarsi.
“Comunque, tornando a vostro cugino” riprese, “debbo dirvi che non condivido affatto il suo comportamento.”
“Eh” mi riebbi, “dite così perché non l’avete visto, ma posso assicurarvi che quel nasone lo rende davvero ridicolo.”
“Però una ragazza sensibile, e da come l’avete descritta ritengo che questa Rossana lo sia, sa ben guardare al di là delle apparenze.”
“E voi, cosa vedete al di là di codeste apparenze?”
“Mah, vedo un giovanotto simpatico.”
“E…?”
“Arguto.”
“E…?”
“Interessante.”
“E…?”
“Eccessivamente curioso!”
“Oh.”
“Sapete bene cosa sia costata agli uomini la curiosità di Pandora…”
“E chi è questa Pandora?” le chiesi, intuendo che non avesse niente a che fare coi panettoni.
Dopo che a grandi linee mi ebbe narrata la sua vicenda, le dissi: “Ci rinuncio, siete troppo colta per me.”
“Baggianate. La cultura è tutta questione di volontà.”
“E voi, avete uno spicchio di volontà che vi suggerisca di rivederci?”
“Io e voi?” e appuntò i suoi occhi nei miei.
“Cosa c’è?” sussultò – invece di risponderle, ero rimasto ad ammirarla trasognato.
“Cosa?”
“Voi. Perché mi fissate con tale insistenza?”
“Niente. È che creature tanto favolose s’incontrano nei sogni e cercavo di capire se non stessi dormendo.”
“Ma voi adulate così ogni fanciulla?”
“Soltanto una.”
“E a questa una state chiedendo un abboccamento?”
“Ci risiamo!” aggiunse dopo alcuni secondi, “Mi state di nuovo fissando.”
“Stavolta me ne sono reso conto, ma è che stavo prendendo un dolorosa decisione…”
“Quale decisione?” s’allarmò dinanzi alla mia gravità.
“Sono desolato. Temo dovrò denunziarvi alla gendarmeria.”
“Denunziare? Me?”
“Esatto. E vi avverto, asserire di non sapere che il latrocinio sia reato, non vi salverà!” conclusi strizzando l’occhio.
“Adesso verrete a dirmi che ho rubato il vostro cuore…”
“Macché, esso è talmente piccolo e insulso che nessun tribunale vi condannerebbe. E poi quello ve l’ho donato di mio piacere. No, il vostro crimine ha defraudato qualcuno ben più importante di questo sciocco poetastro.”
“Chi?”
“Il Signore Celeste. Voi, con bieco cinismo e callida prudenza, vi siete arrampicata fino in cielo, di notte, e mentre Egli riposava… avete trafugato due stelle.”
“Mai fatto nulla del genere.”
“Come no? La refurtiva è ancora lì che rifulge sui vostri zigomi.”
“Voi! Siete terribile!”
“Non terribile, ma in attesa.”
“Di cosa?”
“Di un’ora e un posto.”
“Domani mattina, sotto quel portico.”
“Il nostro portico?”
“Alle dieci.”
“E verrete anche col sole?”
“Verrò. Ora però devo andare” disse a un tratto con una curiosa luce negli occhi, non appena udì le campane suonare le sette.
“Di già?”
“Sentite i rintocchi? È l’orologio che mi sgrida perché sto perdendo tempo.”
“È di Shakespeare, vero?” osservai d’istinto.
“Oh. Non siete dunque lo sprovveduto per cui volevate passare…” mormorò, abbassando gli occhi e avvampando d’imbarazzo.
“È che di tutto il suo teatro ho letto appena tre pagine. È stato un colpo di fortuna, come quello di avervi incontrata.”
Quest’ennesima sviolinata non le restituì tuttavia il coraggio di guardarmi.
Tornai a casa saltellando, crogiolandomi nell’euforia di una grande conquista. Faticavo a credere che tutto questo stesse accadendo realmente: vada per l’amore a prima vista, ma che il medesimo fulmine avesse colpito entrambi i cuori? Eppure così sembrava, e mi ritirai augurandomi che il mio sogno durasse più di quello generato dai maneggi e dagli auspici di Oberon.


L’autore

L’episodio è tratto dal romanzo “Il dio sordo”. Siamo a Vienna, nel 1810. Il narratore è il servitore di Ludwig van Beethoven. In questo periodo il maestro alloggia presso il palazzo signorile del barone Von Pasqualati, indirizzo presso il quale riceve coloro che vogliono fargli visita, come la giovane e bella contessa Therese Malfatti. Solo che questa visita risulterà ben poco convenzionale…


Se vuoi propormi un tuo racconto affinché venga pubblicato in questa sezione del blog, puoi trovare più informazioni QUI.
Un abbraccio magico dalla Strega che scrive

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