La miglioria della morte

Antonio Scognamiglio, detto Nino o’ barbiere, aveva sempre avuto un cuore debole. Per questo da piccolino la mamma gli comprava sempre la carne di cavallo dalla signora Lena e non lo faceva scendere nella cortina a giocare con gli altri bambini, per non farlo stancare troppo. Per questo gli si prospettava un futuro da prete, una professione sicura e tranquilla, senza le preoccupazioni che potevano derivare dall’avere una famiglia, una moglie e dei figli a cui dare a mangiare.
Purtroppo i genitori suoi morirono, lasciandogli solo la casa, e Nino Scognamiglio dovette trovarsi in fretta una fatica per non morirsi di fame. Non era istruito, a stento sapeva fare la sua firma sotto alle cambiali, e così andò a bottega da quello che era stato il barbiere di suo padre. Quando ebbe fatto buona scuola ed ebbe imparato il mestiere, si mise in proprio aprendosi un salone tutto suo e mettendo a suo servizio due garzoni.

Conobbe Assunta, che sarebbe diventata sua moglie, al funerale di zia Michelina, che era morta all’età di 92 anni cadendo dalle scale che erano state appena lavate. Assunta era bella assai, con i capelli neri e lucenti come l’asfalto caldo e quelle labbra rosse che sembravano una ciliegia. Pareva uscita da un fotoromanzo, era troppo bella per essere vera. Ovviamente, una zitelluccia seria e perbene come lei non era sola in quella occasione. Con lei erano andate la mamma e il fratello Salvatore, che di mestiere faceva il capocantiere. Il padre era morto sotto i bombardamenti, quando erano venuti i tedeschi.
A rischio di sembrare cafone e maleducato le si avvicinò, mentre il corteo funebre prendeva il via dalla chiesa appresso alla bara di zia Michelina, e le chiese se fosse già di un altro uomo, perché lui la voleva. Glielo sussurrò piano piano nell’orecchio, solo a lei: la consuetudine imponeva che chiedesse prima al fratello, che era l’unico uomo rimasto nella sua famiglia, ma Nino voleva che fosse lei a decidere. Non voleva un accordo fra uomini, aveva bisogno di sentire dalla sua bocca che anche lei lo voleva.
Assunta lo guardò con gli occhi sgranati. Disse che non aveva mai conosciuto uomini e che, se voleva, lui poteva prendersela – bastava che parlasse con suo fratello Salvatore. Teneva già ventidue anni, era tempo di maritarsi.
“Ma io voglio parlare prima con voi” sussurrò Nino. “Vi devo conoscere, e voi dovete conoscermi. Se non stiamo bene mo’, che siamo giovani, come faremo a passare tutta una vita insieme?”
Assunta annuì, concorde. Gli sussurrò all’orecchio l’indirizzo di casa dove abitava, e gli suggerì un giorno e un orario in cui era certa che il fratello Salvatore, impegnato al cantiere, non avrebbe potuto disturbarli. Poi si rimise accanto alla madre a seguire il corteo funebre, nascondendo il viso arrossato in un fazzoletto con le sue iniziali ricamate.

Nino e Assunta si incontrarono nel giorno e nell’ora concordati, di nascosto per non farsi vedere dai parenti impiccioni e dai vicini pettegoli. Passeggiarono per i vicoli del quartiere fino a poco prima del tramonto, quando Assunta dovette ritirarsi a casa. A quell’incontro fugace ne fecero seguito altri, con cadenza più o meno costante, e solo dopo due mesi – dopo che si furono resi conto che stavano bene insieme ed ebbero imparato a volersi bene – Nino Scognamiglio si decise a presentarsi alla sua famiglia e a chiedere la mano di Assunta. Era un bravo ragazzo, disse a Salvatore, onesto e lavoratore, teneva un salone di barbiere nella Sanità e un appartamento intestato, eredità dei suoi genitori. Le sue intenzioni erano serie, e tutto ciò che voleva era il bene di Assunta: le avrebbe dato una vita felice e abbondante, e tutti i figli che lei voleva. Il suo discorso convinse Salvatore che, con il benestare della madre, acconsentì a quel matrimonio.
Né a sua moglie né alla famiglia di lei Nino Scognamiglio parlò mai del suo cuore debole o dei problemi di salute che aveva avuto da criaturo e che, di tanto in tanto, tornavano a infastidirlo: quella specie di montagna che premeva sul petto, l’affanno a prima mattina, la strana sensazione – difficile da spiegare – che il cuore perdesse qualche battito ogni tanto. Erano fesserie, si ripeteva sempre, niente di cui preoccuparsi.

Nino e Assunta non riuscirono ad avere figli. All’inizio non diedero peso alla cosa, poiché si stavano appena abituando alla vita matrimoniale. Con il passare del tempo, tuttavia, iniziarono a essere inquieti e tristi: Assunta andò a sedersi sul trono di Santa Maria Francesca, la santa che aiutava le donne che non riuscivano ad avere figli, e ogni settimana accendeva un cero a San Gennaro, ma senza ottenere la grazia sperata. Infine si rassegnarono a dover vivere senza la gioia di vedere dei figli loro, comprendendo che non c’era nulla che potessero fare. Eppure, anche senza criaturi, stavano bene insieme. Lui lavorava al suo salone e tornava a casa a sera e qualche volta pure a pranzo, lei aiutava una vicina che faceva la sarta con le cose più facili, come le pieghe ai pantaloni o gli orli ricamati. I soldi non mancavano e, essendo solo loro due, potevano essere spesi anche per farsi passare qualche sfizio.
Furono anni felici – non senza problemi, certo, ma vissuti con l’assennatezza di chi si era dovuto dare da fare sin da subito per tirare a campare e addolciti da un amore semplice e genuino. Tutto sembrava andare per il verso giusto, nonostante tutto. E invece un bel giorno, mentre tornava dalla Pignasecca con le vongole per il pranzo, Nino Scognamiglio cadde a terra lungo lungo. Il fatto, come è ovvio, attirò le attenzioni di tutto il rione – e per fortuna qualcuno, oltre a impicciarsi di chi fosse quello steso lungo per terra e di che cosa gli fosse successo, ebbe la bella pensata di chiamare i soccorsi dall’Ospedale dei Pellegrini che stava proprio al centro del quartiere. Due portantini se lo caricarono sulla barella e, facendosi strada fra la gente che faceva a gomitate per vedere cosa stava succedendo, lo portarono a piedi fino al pronto soccorso.

Quando si risvegliò, si ritrovò steso sulla barella dell’ospedale, con un medico che lo fissava dall’alto.
“La situazione è grave, don Anto’, assai grave” disse il dottore senza mezzi termini. Aveva appena avuto un infarto, gli disse, in conseguenza di una malformazione al cuore congenita. Ecco spiegati in un attimo tutti i suoi malesseri e tutti i problemi di salute che – Scognamiglio se ne rendeva conto solo ora – non erano solo frutto della sua appucundria. La sua mente fu assalita dal panico. “E ch’aggia fa?” chiese in un sussurro.
“Voi non dovete fare niente. Dovete solo stare molto a riposo, perché potreste avere un altro infarto, e questa volta…” Il dottore fece il segno delle corna con la mano, come a scacciare quel presagio di morte. “Tanto, state in pensione, non tenete figli…vi dovete solo stare quieto. La salita a piedi per la Pignasecca…ve la potevate sparagnare, no?”
“Dotto’, ma sono sessant’anni che ogni giovedì vado a comprare le vongole alla Pignasecca, non mi è mai successo niente.”
“E ho capito” fece il dottore accomodante. “Ma prima eravate più giovane. Mo’ tenete un’età, non siete più un guaglione. Quindi vi dovete state più accorto, mi raccomando. Voi siete un infartuato, tenete una spada sul collo che non vi potete scordare. Voi fumate?”
“E certo che fumo.”
“Non dovete fumare più. E non vi dovete bere manco il vino. E nemmeno mangiare cose fritte, o assai grasse – che vi sale il colesterolo.”
“Ma dotto’, che razza di vita è questa?! Se devo campare un altro poco, voglio campare bene.”
“Io ve l’ho detto” replicò stizzito il dottore. Odiava quando i suoi pazienti non lo stavano a sentire. “Voi fate quello che vi dice la capa.”
“Vabbuò, vabbuò” acconsentì il signor Nino. “Mi starò più accorto. Posso solo chiedervi una gentilezza, dotto’?”
“A disposizione, don Anto’.”
“Non dite niente a mia moglie, di questo fatto dell’infarto e della malformazione…come avete detto che è. Voglio che lo sappiamo solo io e voi, e nessun altro.”
“E perché?”
“E perché…voi lo sapete come sono le femmine, no? Si preoccupano e si fanno venire le ansie anche per senza niente – figuriamoci per una cosa così grave.” Nino Scognamiglio scosse la testa, risoluto. “Nossignore, non lo deve sapere nessuno. Me lo dovete giurare, dotto’.”

Passarono tre giorni prima che Scognamiglio tornasse a casa. Tre giorni in cui i medici e le infermiere dell’ospedale si occuparono della sua salute e gli fecero un po’ di esami e di controlli. Tre giorni in cui – mattina, mezzogiorno e sera – la moglie Assunta lo andava a trovare e lo rincuorava portandogli sottobanco tante cose buone da mangiare, perché il mangiare che davano in ospedale era una vera fetenzia: la parmigiana con le melanzane fritte, la pizza piena, la frittata di maccheroni, il tortano con i ciccioli, le papaccelle con l’aceto e perfino un po’ di vino rosso, che gli piaceva tanto. A dispetto di quello che aveva detto il dottore, secondo il quale avrebbe dovuto rinunciare a tutte queste cose buone, era proprio grazie a questa cura di rinforzo – nonché alle attenzioni amorevoli di Assunta – che Nino Scognamiglio si sentiva già molto meglio e si stava riprendendo dall’infarto.
Quando uscì dall’ospedale, pareva rinato: il colorito era tornato quello di un tempo e a poco a poco anche le forze lo incoraggiavano a tornare alla sua vita normale. Sapeva di dover morire, e proprio quella consapevolezza gli stava restituendo le forze: era la miglioria della morte, come si diceva. Per tutto il resto delle persone che aveva attorno, quel miglioramento non era una sorpresa: era stato all’ospedale, il dottore lo aveva curato, era in via di guarigione.

Riprese a fare tutto quello che gli era sempre piaciuto ma a cui spesso aveva rinunciato, destinandolo a tempi migliori: se ne andava a passeggio a via Caracciolo un giorno sì e l’altro pure, si andava a comprare le migliori sfogliatelle di Napoli e, se la salute lo assisteva, se ne saliva a piedi fino al Vomero solo per ammirare la sua città dall’alto e averla tutta sotto agli occhi. Aveva addirittura ripreso in mano la sua vecchia fisarmonica, quella che aveva comprato per poche lire quando era ragazzino e che da anni giaceva abbandonata in soffitta. Insomma, aveva deciso che avrebbe vissuto ogni momento di quel poco di vita che gli restava come comandava Dio.
E aveva deciso anche che avrebbe dedicato ogni attenzione a sua moglie Assunta. L’aveva sempre amata e rispettata, da buon marito e da buon cristiano, ma adesso di più. La voleva amare il più possibile, abbuffarsi di lei e renderla a sua volta sazia di lui, dei suoi baci e dei suoi abbracci affinché lei, un giorno, potesse sopportare il dolore di perderlo e avesse la forza sufficiente ad andare avanti senza di lui.
Anche se era solo aprile, approfittarono di una bella giornata di sole per andare un’ultima volta a Sorrento, poi presero il traghetto e andarono a visitare l’isola di Capri, dove non erano mai stati perché costava troppo. In quell’occasione mangiarono nel miglior ristorante della Piazzetta senza badare a spese e, esausti dopo aver passato tutto il giorno a camminare, si fermarono a stare in un alberghetto che affacciava sul mare. Per tutta la notte Scognamiglio rimase sveglio a guardare la sua donna che dormiva tutta arravogliata nelle lenzuola e girata dall’altra parte perché, anche se stavano insieme da una vita, Assunta ancora si metteva scuorno di farsi vedere spogliata da lui.

Esattamente dieci mesi e diciotto giorni dopo la sua chiacchierata con il dottore, Nino Scognamiglio spirò, e lo fece nel modo che tutti vorremmo per noi: nel sonno. Dopo una cena frugale a base di insalata di tonno e pomodori e dopo aver goduto, come suo solito, di un bicchierino di amaro e di una sigaretta sul balconcino, si stese ancora una volta accanto alla moglie. Nella notte, verso le tre e un quarto, il suo cuore malandato si fermò per sempre.


Questo racconto ha partecipato al concorso “Premio Decumani” ed è stato pubblicato nella raccolta Racconti Campani 2023 pubblicata dalla casa editrice Historica.

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