Maggio

“Perché non mangi?” mi chiede Ed che, affamato com’era, ha già spazzolato tutto il contenitore con il farro e le verdure.
“Non ho fame.” In realtà, ho proprio lo stomaco chiuso.
“E perché no?”
“Da qualche giorno non ho molta voglia di mangiare.” Non voleva essere una frecciatina rivolta a lui, ma evidentemente si è sentito punto sul vivo.
“È per colpa mia per caso?”
“Non lo so. Può darsi.”
Ed sbuffa frustrato. “Non volevo che succedesse. L’ultima cosa che volevo era farti soffrire, farti stare in ansia…te l’ho detto di stare tranquilla e rilassata, non ti devi preoccupare di nulla.”
“Non ci riesco” ammetto. “Più uno mi dice di non preoccuparmi, di prendere le cose alla leggera, e più vado in ansia – è più forte di me.” Quando ci siamo lasciati l’altro ieri alla stazione, il giorno in cui mi ha baciato per la prima volta, ci ha tenuto a dirmi che la nostra non sarebbe stata una cosa seria, ma una cosa giusto per divertirsi. Mi ha chiesto se per me andasse bene, e io in quel momento gli ho detto di sì – diciamo anche che i miei neuroni erano ancora frastornati dall’esperienza del primo bacio con un ragazzo e il mio cervello era fuori uso, quindi non avevo capito appieno il significato delle sue parole.
Solo quando sono tornata a casa e ho realizzato cosa esattamente lui mi avesse proposto, ho capito di non aver capito niente. “Cosa intendi per relazione non seria? Sono in ansia perché non ho capito che cosa vuol dire questa espressione, che cosa vuoi esattamente da me.”
“Mi sembrava di essere stato chiaro l’altra volta, visto che mi hai detto che andava bene anche per te.” Per un momento tace, poi aggiunge: “Finisci prima di mangiare, con calma, poi ne parliamo e ti spiego meglio cosa intendo…va bene?”

Gli rivolgo un’occhiata scettica, ma alla fine mi rassegno a fare come mi ha detto. Con estrema lentezza mangiucchio il mio couscous con le melanzane, giusto perché Ed non mi toglie gli occhi di dosso finché non svuoto il contenitore che mi sono portata da casa.
“Va bene così?” chiedo quando ho finito, mostrando la ciotola vuota come una brava bimba.
“Va bene. Tu stai bene?”
Annuisco poco convinta, continuando a fissare il gruppetto di ragazzi che chiacchiera poco distante da noi.
Ed mi prende il volto fra le mani e mi costringe a voltarmi verso di lui.
“Guardami negli occhi e dimmi che stai bene.”
Sbuffo. “Sto bene.”
“E che ricomincerai a mangiare.”
“Va bene.”
Mi sorride, vagamente rassicurato. “Guarda che so essere peggio di una nonna in questo.”
“Perché?! Mi vedi deperita?” dico per scherzare.
“No, non ancora. Solo non voglio che tu stia male per causa mia…ok?”
“Ok.”
Mi pianta un sonoro bacio sulla fronte, poi si alza in piedi e mi invita a fare altrettanto. “Quando hai il treno?”
Presa in contropiede dalla sua domanda, controllo l’orario sul cellulare. “Fra una mezz’oretta” dico. “Che vogliamo fare?”
“Ti va se camminiamo un po’?” propone. “Così parliamo anche.”
“D’accordo.”

“Non volevo arrivare a questo, metterti in ansia e farti stare male. Infatti, non so se hai visto – ho esitato un po’ prima di baciarti l’altro giorno, quando ti ho baciato sul terrazzo.”
Me ne sono accorta. L’ho visto più volte avvicinarsi pericolosamente alle mie labbra e poi cambiare repentinamente direzione, mentre eravamo seduti sulle scale del terrazzo dell’università, quasi impaurito da quella che sarebbe potuta essere la mia reazione – o forse in attesa che io facessi la mia mossa in direzione di quel bacio che lui mi stava tacitamente chiedendo…fosse stato per me e per la mia intraprendenza, avrebbe potuto aspettare anche secoli.
“Non volevo fare la figura dello stronzo, subito, approfittando della situazione” continua. “Però volevo anche baciarti, e…” Lascia in sospeso la frase, non sapendo come continuare. “Insomma, quello che intendevo l’altra volta è un’ottima amicizia con un coinvolgimento carnale – ecco, credo che più chiaro di così non si possa dire.”
“Intendi dire friends with benefits?” chiedo con amarezza. Inutile dire che sono un tantino delusa dalla sua crudezza e dalla sua mancanza di tatto. Questa sua definizione della nostra storia – o, almeno, di quello che io immaginavo fosse una storia – è proprio avvilente: davvero siamo solo pezzi di carne infervorati dagli ormoni della gioventù che ogni tanto danno sfogo alle proprie pulsioni?!
“Diciamo di sì. Stiamo insieme, ci vediamo, ogni tanto ci possiamo pure andare a fare una gita da qualche parte…e ovviamente c’è il risvolto fisico.”
“Ovviamente” dico, più a me stessa che a lui. Quasi mi sento usata, come fossi una prostituta o qualcosa di simile.
Evidentemente il mio disappunto mi si legge chiaramente in viso. “Scusami,” dice “mi sembra di darti delle coltellate ogni cosa che dico.”
“No, non è così – davvero. Anzi, ti ringrazio per la tua onestà.”
“Meglio dircele prima queste cose ed essere stronzi all’inizio, piuttosto che vivere con menzogne o con cose non dette…no? E poi non voglio crearti illusioni.”
“Sì, hai ragione. Quindi noi non stiamo insieme?” gli chiedo, giusto per essere sicura.
“No. Niente cose ufficiali, niente regali o anniversari, niente cene o pranzi di famiglia, niente di tutto questo…è una cosa molto rilassata e tranquilla – sempre se va bene anche a te, ovvio. Qui non vince la maggioranza, vince l’unanimità – non farò nulla che non vuoi anche tu, o che non ti sta bene, prometto.”
Si ferma di botto, in mezzo al marciapiede, e costringe anche me a fermarmi e a guardarlo.
“Va bene per te?” chiede.
La risposta a questa domanda non è così facile e immediata. Davvero sono disposta a continuare a frequentarlo, a cedere alle sue richieste, ben consapevole che lui non prova per me nessun interesse? Davvero voglio svalutare la mia dignità e svilirmi fino a questo punto, rendendomi praticamente una bambola nelle sue mani? “Sì, va bene” sento la mia voce dire. “Se poi vedo che non mi conviene più te lo dirò, non preoccuparti.”
“Va benissimo, giusto. Vieni qui.” Lentamente mi attira a sé e mi bacia, davanti a tutti, in mezzo alla strada. C’è stato un tempo in cui guardavo in cagnesco le coppiette di innamorati che intralciavano il passaggio pedonale per darsi un bacio di cui non c’era assolutamente bisogno, e invece ora sono qui, fra le braccia di Ed, a baciarlo appassionatamente incurante delle persone che ci passano accanto e che magari pensano ciò che una volta pensavo anche io.
Ma si può sapere che mi è successo?! Chi è lui e che ne ha fatto della brava ragazza che ero fino ad una settimana fa?

“In questo momento non ho voglia di impegnarmi in una relazione seria, quindi non aspettarti nulla del genere – voglio che questo sia chiaro” dice a un tratto. “Ovviamente, se tu trovi un ragazzo che ti piace e che vuoi iniziare a frequentare, questa cosa finisce – senza rancori. Non c’è problema, possiamo restare amici tranquillamente.”
Annuisco, meditabonda. Se mi augura di trovarmi un fidanzato quanto prima, sostenendo che non sarà in alcun modo geloso, allora davvero non gli importa nulla di me. “Posso essere sincera fino in fondo?” gli chiedo.
“Certamente. Devi esserlo.”
“Tu non mi sei indifferente, Ed” confesso. “Ti trovo un ragazzo molto carino, mi sei simpatico, mi fai ridere un sacco e con te mi trovo molto bene…mi piaci, e questo devo dirtelo – non posso negarlo. Anche se la nostra non è una relazione, non posso ignorare questo fatto.”
“Questo vale anche per me, ovviamente. Anche tu non mi sei indifferente – altrimenti non mi sarei proprio avvicinato a te.”
“Solo che non vuoi impegnarti” ribadisco.
“Esatto. Forse è perché non sei mai stata con un ragazzo, perciò queste dinamiche possono risultarti difficili da capire.”
Già, deve essere per questo, e non perché il suo discorso non ha un briciolo di senso logico. Se io gli piaccio e lui mi piace e ce lo siamo anche candidamente confessati, allora perché non lasciare semplicemente che le cose accadano? Perché ostinarsi a mettere le mani avanti e a fingere di non essere coinvolti emotivamente, quando è evidente proprio il contrario?
Inutile dire che non ci sto capendo più nulla, e che forse è ora che smetta di farmi domande che non troveranno risposta.

“Mica era il tuo primo bacio, quello dell’altro giorno?” mi chiede, non senza una punta di timore.
Annuisco timidamente. “Ero convinta che te ne fossi accorto.” Il cuore mi martellava nel petto così forte che temevo che tutto l’ateneo lo avesse udito, e la mia inesperienza era chiara come la luce del sole che splendeva sopra di noi sul terrazzo.
“Sei brava a baciare, però” aggiunge dopo qualche istante. “Non immaginavo che non ti fosse mai capitato.”
“Diciamo allora che sono una veloce apprendista.”
Mentre attraversiamo la strada, istintivamente gli afferro il polso per tirarlo accanto a me, e lui fraintendendo mi stringe la mano nella sua. Questa stretta dura solo il tempo di qualche passo, prima di sciogliersi per l’imbarazzo di entrambi. Se non stiamo insieme non ha senso tenersi per mano, dico a me stessa, giusto per non dimenticarmelo.

“Allora ci vediamo domenica?” mi chiede, una volta arrivati alla stazione.
Sento la domanda rimbombare nella sua gabbia toracica, proprio sotto il mio orecchio, mentre il mio volto affonda sul tessuto della sua maglietta.
Vorrei dirgli di sì, ma non voglio dargliela vinta così presto. “Non lo so. Ti faccio sapere…devo vedere se riesco ad organizzarmi.”
“D’accordo. Sennò possiamo vederci lunedì ai corsi.”
Se non stiamo insieme e io sono un mero passatempo, allora perché gli preme tanto sapere quando ci rivedremo?

“Comunque vadano le cose fra di noi, in questa specie di relazione” gli sussurro all’orecchio, “io ti devo ringraziare.”
“E perché?”
Sorrido e premo un momento le labbra sul suo collo, prima di rispondergli. “Perché a te ho dato il mio primo bacio. E se, con i miei compagni futuri, sarò così brava a baciare, sarà tutto merito tuo che mi hai insegnato bene.”
Mi guarda negli occhi e accenna ad un sorriso imbarazzato. Adoro metterlo in difficoltà, come lui mette me. “Diciamo che ognuno ha il suo modo di baciare…non è detto che il mio sia il migliore.”
Gli sorrido a mia volta prima di baciarlo di nuovo, accarezzandogli la guancia ispida di barba scura e la nuca, sperimentando la sottile arte del bacio.
Quando ci siamo baciati per la prima volta mi ha fatto schifo, talmente tanto che tornata a casa temevo che avrei vomitato: mi sono dovuta lavare subito i denti, mangiare della cioccolata, e per molte ore ho avuto una terribile nausea. Avevo paura di essere una delle pochissime persone nella galassia a cui non piacciono i baci alla francese, e già mi stavo preparando a subire gli assalti della sua lingua lunga ogni volta che avesse voluto baciarmi, come fosse stata una tortura. Invece ora, incredibilmente, mi ritrovo a godere di questi baci così profondi, di questa intimità tanto intensa, che mi chiedo come farò ad andare via. Sarà che sto iniziando a partecipare più attivamente, a capire come funziona, e a scoprire quello che mi piace e come mi piace. Anche Ed pare stupito dalla mia nuova intraprendenza, ma mi lascia fare ben contento.

Ce ne stiamo seduti sulle scale della stazione, a sbaciucchiarci incuranti della vita che si svolge attorno a noi, come una qualunque coppia di fidanzati. Solo che noi non siamo una coppia di fidanzati, dico a me stessa.
Riluttante mi stacco dalle sue labbra. “Ora devo andare via” sussurro.
Ci rimettiamo in piedi e mi bacia di nuovo, tenendomi stretta, incapace di lasciarmi andare.
Con la coda dell’occhio vedo che è davvero tardi – il mio treno è dato già in partenza sul tabellone.
“Me ne devo proprio andare, sennò lo perdo” dico. “Grazie per avermi accompagnato fin qui.”

Di corsa raggiungo il treno che mi porterà a casa – inaspettatamente trovo pure posto per sedermi.
Quando mi accascio sul seggiolino, ancora ansante per la corsa fatta, mi ritrovo a sorridere estasiata. Certamente non durerà per sempre, non sarà l’uomo della mia vita.
Ma per la prima volta, dopo tantissimo tempo, mi sento stranamente bene.


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