Verità nascosta

“Tu non sei mio padre.”
Un fulmine a ciel sereno. Poche parole che hanno avuto il potere di squarciare il velo di una vita apparentemente tranquilla, almeno fino ad oggi.
Malgrado sappia che ha ragione, mi siedo al tavolo di fronte a lui, simulando un’innaturale calma, e sospiro. Fuori uno scroscio di tuoni fa ululare un cagnolino impaurito.
“Perché ti viene in mente una cosa del genere. Jack?”
“È stato quello che ha detto il dottore l’altro giorno, che quella che mi hanno diagnosticato è una malattia ereditaria” sibila, il tremolio nella voce tradisce tutta la rabbia che ha in corpo e che minaccia di esplodere da un momento all’altro. “Ho fatto una ricerca – si eredita per forza da uno dei genitori, non ci sono altri modi. E visto che mamma non ce l’ha, e lei è certamente mia madre, è evidente che tu non sia mio padre. Il mio vero padre deve avermela trasmessa.”
In effetti, quando il medico ci ha comunicato la diagnosi – teleangectasia emorragica, una malattia ereditaria rara e non ancora opportunamente studiata dalla letteratura scientifica – il mondo mi è crollato addosso. Ho compreso in quell’istante che c’era la concreta possibilità che Jack scoprisse la verità, una verità che io e sua madre avevamo deciso anni addietro di non raccontargli mai e per nessuna ragione.

Jack ha iniziato a perdere sangue dal naso quando era molto piccolo – dormiva ancora nella culletta accanto al nostro letto. Ricordo come fosse ieri che si svegliava piangendo disperato, con la faccia ricoperta di sangue scuro, e che quasi soffocava tanto era il liquido ferroso che aveva in gola. In quei momenti io e Cindy non sapevamo cosa fare – era uno spettacolo a cui era difficile assistere senza venire travolti dal panico.
Per fortuna con il tempo, a mano a mano che è cresciuto e si è fatto più grande, il sanguinamento dal naso si è fatto via via più raro, ma dalle analisi del sangue che gli facevamo fare periodicamente usciva sempre qualche valore fuori norma – ferritina sotto la media, globuli troppo piccoli…insomma, un’anemia che non aveva senso di esistere visto il suo stato di salute generale. Durante l’adolescenza, poi, il sangue dal naso è tornato con frequenza più o meno alta a disturbare le giornate di Jack, insieme alla comparsa di strani puntini rossi sulla lingua e attorno alle labbra – è stato lui stesso ad accorgersene e a farceli notare, nell’età in cui si passa fin troppo tempo davanti allo specchio per non notare anche la più piccola imperfezione del proprio aspetto fisico che possa diventare oggetto di presa in giro da parte dei coetanei.
Negli anni abbiamo consultato moltissimi medici in tutto l’Alabama, siamo stati in ospedali e cliniche, ma nessuno ci aveva capito niente. Fino al dottor Morrison, che ha puntato i riflettori sulla sua malattia chiamandola per nome per la prima volta, dandole finalmente corpo e consistenza e gettando me nello sconforto più assoluto. Mai avrei pensato che quel bastardo che gli aveva dato la vita, il suo padre biologico, gli avesse potuto trasmettere una tale condanna.

“Sicuramente ti sarai fatto due domande pure tu, no?” prosegue Jack, infierendo col coltello nella piaga. “Mamma ti ha tradito con un altro uomo, un uomo che aveva questa malattia e che me l’ha passata.”
“Non è come credi tu, Jack.” Sto cercando le parole adatte, ma è estremamente difficile dare voce a ciò che sto per dirgli – speravo che questo giorno non sarebbe mai arrivato. “È più complicato di così.”
“Quindi tu lo sapevi? Lo hai sempre saputo che non ero tuo figlio?” Si alza di scatto dalla sedia e si mette a camminare intorno alla stanza. “E credevi che fossi tanto idiota da non arrivarci, papà?”
“Siediti e lasciami spiegare.”
“Cosa vuoi spiegarmi?! La situazione mi sembra molto chiara. Mamma ti ha tradito, e tu sei stato zitto come un fesso.”
“Ti prego, Jack. Ascoltami, per favore.”
Lascio che si stravacchi sulla sedia di fronte a me prima di iniziare a raccontare.
“Tua madre ed io ci siamo conosciuti all’università. Eravamo entrambi molto giovani, ma eravamo innamorati e stavamo bene insieme…avevamo tutta la vita davanti per crescere, realizzare i nostri progetti, cambiare il mondo e fare tutto l’opposto di quello che ci avevano insegnato i nostri genitori. Ci frequentavamo da appena una manciata di mesi quando accadde un episodio molto brutto.
Cindy lavorava come cameriera in una tavola calda poco lontano dall’università – guadagnava qualche soldo per contribuire economicamente alle tasse dell’università e potersi pagare qualche sfizio, nulla di più. Una sera di febbraio – non dimenticherò mai quel giorno – aveva fatto l’ultimo turno e aveva finito dopo la mezzanotte. Stava tornando a casa a piedi, da sola, quando un bastardo la aggredì alle spalle, la immobilizzò e la…violentò. Non ebbe neanche la possibilità di chiedere aiuto o di scappare, né di vedere in faccia il suo stupratore – era troppo buio e lei ebbe troppa paura.”
Jack fa per dire qualcosa, ma lo fermo bruscamente con un gesto della mano. Non voglio che mi interrompa, è giusto ora che sappia tutta la storia.
“Tornò a casa sua in lacrime, con i vestiti stracciati e piena di sangue. Confessò alla madre ciò che era accaduto, e i tuoi nonni le suggerirono di lavarsi, cambiarsi e mettersi a letto senza fare parola con nessuno di quello che le era capitato. Non vollero che lei sporgesse denuncia – avrebbe significato gettare un’onta sul buon nome della famiglia.” I miei suoceri sono mormoni e hanno da sempre avuto un’idea della vita, della religione e della morale secondo me profondamente sbagliata. Hanno preferito preservare la loro reputazione, affidarsi al loro Dio e chiudersi nella loro setta piuttosto che tendere una mano alla loro figlia che gridava aiuto – questo non glielo perdonerò mai.
“Non volevano nemmeno che lo dicesse a me, perché pensavano che io l’avrei lasciata per questo.”
“Lei te lo disse lo stesso?” chiede Jack con un filo di voce.
“Sì, mi raccontò il fatto dopo un paio di giorni. Era a pezzi, come puoi immaginare – non voleva mangiare né studiare né fare qualsiasi altra cosa. a stento riusciva a buttarsi giù dal letto e trascinarsi fino all’università. Io cercavo si starle vicino come potevo, ma era un ragazzo pure io e sentivo di essere impreparato a gestire una cosa tanto grande.” Mi prendo qualche istante, prima di continuare. “Dopo qualche settimana tua madre scoprì di essere rimasta incinta. Le crollò il mondo addosso, non sapeva cosa fare, come comportarsi, e la sua famiglia di nuovo si dimostrò incapace di aiutarla.”
“E tu cosa facesti?”
“Cosa avrei potuto fare? La amavo tanto, non potevo lasciarla da sola. Le proposi di sposarci, di accettare quel bambino nella nostra vita come nostro figlio, anche se sarebbe stato difficile, anche se eravamo due ragazzini.” Cindy aveva solo ventidue anni, io uno di più – quello che ci era capitato era un fardello troppo grande per la nostra età.
Le settimane che seguirono furono le più dure da vivere, perché il fantasma di quella violenza aleggiava ancora in mezzo a noi e non ci dava pace: ci vollero mesi prima che Cindy ricominciasse ad avere una vita normale, superando la paura che la paralizzava e quel senso di vergogna che le toglieva il fiato, prima che si lasciasse nuovamente accarezzare da me e che sentisse il desiderio dei miei baci e del mio corpo, prima che iniziassimo a fare l’amore – lei che avrebbe voluto attendere il matrimonio prima di concedersi ad un uomo per la prima volta, come le avevano inculcato i suoi genitori, e che invece si era trovata addosso le mani di un viscido bastardo che aveva abusato del suo corpo.
Alcuni anni dopo quella gravidanza, fu lei a propormi di avere un altro figlio, di provare ad allargare la nostra piccola famiglia con un atto d’amore puro. Era il segnale che era guarita davvero dal trauma che aveva subito.
“Nessuno conosce questa storia, nessuno tranne i tuoi nonni materni. Scegliemmo di non parlarne nemmeno con i miei genitori – io mi assunsi la responsabilità di quella gravidanza imprevista, organizzammo il matrimonio in fretta e andammo a vivere nell’appartamento che zia Minny dava in affitto, in attesa di avere i soldi per comprarci una casa tutta nostra.”
“E quando avreste avuto intenzione di dirmelo?” sbotta Jack. È fuori di sé dall’ira – impulsivo come ogni ragazzo della sua età che pensa con la pancia e non riflette prima di aprire la bocca. “Io sono un bastardo, figlio di uno stupratore, figlio di una violenza, e non dovevo saperlo?! La mia vita è solo una menzogna, solo un ammasso di bugie!”
“Ascoltami bene, Jack.” Dovevo aspettarmi una reazione del genere da parte sua, è comprensibile. “C’ero io quando tua madre ha fatto la sua prima ecografia durante la gravidanza, quando ha avuto le nausee e quando ti ha partorito. C’ero io quando ti sono spuntati i primi dentini, quando hai iniziato a camminare, quando hai preso il tuo primo brutto voto a scuola, quando sei caduto dalla bicicletta. Io ti ho insegnato ad allacciarti le scarpe, a giocare a baseball, a farti la barba. Io sono tuo padre, non puoi negarlo. Ti ho amato da subito, dal momento in cui abbiamo saputo della tua esistenza e non ho pensato mai neanche per un momento che tu fossi figlio di un altro uomo.”
Jack mi guarda con gli occhi pieni di lacrime che non riesce più a trattenere. “Perché mamma non ha abortito? Perché ha voluto tenermi? E come hai fatto a trattarmi come figlio tuo, a volermi bene?”
“Per tua madre è stato difficile, puoi immaginarlo.” Quante volte Cindy ha pensato di rivolgersi a uno di quei macellai che praticano gli aborti illegali, lontano dalle cliniche e dagli ospedali ma soprattutto lontano dal bigottismo dei suoi genitori. Quante volte ha meditato addirittura il suicidio, per dare la morte a se stessa e a quel figlio concepito nel peggiore dei modi – ci sono state notti, i primi tempi sposati, in cui mi sono svegliato di soprassalto e l’ho trovata davanti alla porta del terrazzo aperta, pronta a buttarsi di sotto. Se Jack sapesse quanto tempo ci è voluto prima che accettasse quell’esserino dentro di lei, quel cuore che batteva e che lei non voleva ascoltare. “Ma insieme ce l’abbiamo fatta e quando sei nato è stata una gioia malgrado tutto, perché una nuova vita che viene al mondo è sempre una gioia, e tu non eri da meno.”
“Io…non so più cosa pensare. Tutto quello che sapevo, che credevo, non esiste più.”
“Non c’è niente di falso nei nostri sentimenti per te. Noi ti vogliamo bene, abbiamo fatto tutto quello che potevamo per farti vivere nel migliore dei modi. Il fatto che tu ora debba sopportare il peso di questa malattia, e che debbano sopportarlo anche i figli che sceglierai di concepire, mi riempie il cuore di angoscia. Questo è il mio unico dramma – non essere riuscito a prevedere che tu potesse aver ereditato qualcosa del tuo padre biologico.”

Per un po’ ce ne stiamo in silenzio, ognuno per i fatti suoi. Il suo sguardo indugia ora sulla pioggia che batte contro la finestra, ora sui pensili della cucina, ora si riflette nel mio.
“Ho bisogno di un po’ di tempo per pensare, per stare un po’ da solo” dice ad un tratto.
“Hai tutte le ragioni del mondo per volertene stare per i fatti tuoi, anche per essere arrabbiato con me. Ma non dimenticare mai tutto l’affetto che ti abbiamo sempre dato, e ricordati che sei circondato da una famiglia che ti ama. Ricordatelo sempre.”
Il suo volto, finora contratto in una maschera di risentimento, si distende in un debole sorriso. Fuori pare stia smettendo di piovere, è uscito un timido arcobaleno. Gli tendo una mano, poggiata sul tavolo, e lui la prende nelle sue stringendola stretta. “Grazie papà” dice soltanto.
Il rumore della chiave che gira nella toppa della serratura è l’annuncio che Cindy è tornata dalla spesa. La sento mormorare qualche imprecazione contro l’ombrello difettoso che non vuole saperne di chiudersi, prima che faccia il suo ingresso in cucina.
“Sapeste che tempo orribile che c’è fuori” dice. “Altro che maggio, sembra che sia tornato l’inverno!”
Di fronte al silenzio mio e di Jack, all’evidente tensione emotiva fra noi, aggrotta le sopracciglia insospettita. “C’è qualcosa che non va?”
“Cose tra uomini, mamma” dice Jack con sorprendente serenità. La tempesta si è placata anche in questa stanza, per fortuna. “Niente di cui tu debba preoccuparti.”
“Siete sicuri? Non me la contate giusta voi due.”
“Sì, stai tranquilla.”
Guardo mio figlio, gli occhi azzurri come quelli di sua madre ancora velati dalle lacrime. Ci vorrà del tempo prima che lui possa metabolizzare la verità che gli ho tenuto nascosta per tutti questi anni. Anche se forse non comprenderà le mie ragioni, i motivi per cui l’ho fatto, spero possa perdonarmi un giorno per non aver avuto il coraggio di parlargli da uomo a uomo per paura di perderlo davvero, dopo aver passato la vita ad illudermi che fosse figlio mio.


Questo racconto ha partecipato alla XIX edizione del Concorso Letterario Nazionale “Il racconto nel cassetto” e lo trovate anche sulla rivista letteraria Mosse di Seppia.

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