Confessioni

Nota dell’autrice. Questo racconto fa da seguito al racconto Mauerfall, ma può essere letto anche senza recuperare il racconto precedente.

Io questa donna non la capisco proprio.
Ieri sera finalmente, dopo due mesi passati a ronzarle intorno, sono riuscito a estorcerle un appuntamento – a cena. Ho cercato di essere impeccabile, in modo da fare colpo su di lei: ho indossato il mio completo migliore, l’ho portata nel ristorante più buono di questo minuscolo paesino, ho cercato di limitare al minimo le battute idiote che di solito tiro fuori dal cilindro al solo scopo di farla innervosire. Perché, il mio scopo ieri non era quello di farla innervosire, ma di farla cadere ai miei piedi – una volta per tutte. Il tempo è passato in fretta, ci siamo aperti l’uno all’altra e ci siamo fatti le nostre confidenze, ho capito che ha paura degli uomini e di farsi male coi sentimenti, per questo ci sono andato molto cauto quando l’ho baciata. Non volevo che si spaventasse, volevo che godesse di quel bacio come volevo goderne io.
Fino all’ultimo ho lasciato a lei il controllo della situazione. L’ho riaccompagnata a casa sua ma non ho insistito per salire – non mi ha invitato né io mi aspettavo che lo facesse, visto quello che ci eravamo detti – eppure nel suo sguardo ho letto qualcosa che non ho capito, una paura profonda mentre appoggiava le labbra sulle mie per il bacio della buonanotte. Era come se non volesse lasciarmi andare, e allo stesso tempo avesse paura a mostrarsi così vulnerabile con me.

Mi sono innamorato di Elena il primo giorno di scuola, non appena l’ho vista. Fa di tutto per passare inosservata ma è bella davvero, con il suo abbigliamento così curato ed elegante e quell’aria da maestrina severa che ti viene voglia di farla incazzare solo per il gusto di vederla arrossire. Nonostante sia ancora una ragazzetta, si è conquistata la stima e il rispetto di tutti i professori, a scuola – e anche di quella bacucca della vicepreside, che ha sempre da ridire su tutto e tutti. Per non parlare degli alunni, che la temono e l’adorano allo stesso tempo, proprio come me. È l’insegnante che avrei voluto da studente – magari avrei imparato un po’ di tedesco anche io.
Conquistarla è stata un’ardua sfida, ma a me le sfide piacciono e non mi sono fatto scoraggiare. Dall’inizio dell’anno scolastico l’ho tallonata, l’ho seguita ovunque e ho attaccato bottone in ogni modo – per non parlare di tutte le avances (oscenamente palesi, devo ammetterlo) che non mi sono risparmiato. Il pensiero di lei ha messo a tacere l’interesse per qualsiasi altra donna, il mio unico obiettivo era farla capitolare.

È stata dura, ma ce l’ho fatta – o almeno credevo di avercela fatta. Come le avevo promesso ieri quando ci siamo salutati, stamattina mi sono presentato sotto casa sua, ho atteso che fosse pronta e siamo andati a fare colazione insieme al bar. Mi sono accorto subito che qualcosa era cambiato: era diversa, come se fosse tornata sui suoi passi e si fosse pentita di quello che era successo fra di noi – l’appuntamento e tutto il resto. Si è lasciata abbracciare e baciare, ma sulle sue labbra ho percepito ritrosia e freddezza, come se quelle mie attenzioni le stessero dando improvvisamente fastidio.
Ci vediamo all’uscita allora? l’ho supplicata. Dovevo essere certo di rincontrarla nel giro di poche ore, la sua presenza fra le mie braccia mi stava già scatenando dipendenza.
D’accordo.
In sala professori?
Va bene, ma aspetta che se ne siano andati tutti.

Ancora un bacio a fior di labbra strappatole a fatica e poi ci siamo separati, per evitare che colleghi e alunni ci vedessero entrare insieme.

Le ore in classe sono state un’agonia. Mi sentivo euforico e avevo una voglia matta di correre e gridare al mondo la mia gioia, e invece ho dovuto spiegare i templi greci agli alunni in terza, Pollock e il Dadaismo nelle due quinte. Quando è suonata la campanella di fine delle lezioni sono schizzato in sala professori più veloce di un fulmine, desiderando solo riabbracciarla e sentire ancora una volta il profumo morbido dei suoi capelli scuri riempirmi le narici.
L’amara sorpresa è stata, invece, scoprire la sua significativa assenza. Ho chiesto a Ferrari, quello di scienze, se l’avesse vista, e lui mi ha detto di averla incontrata in corridoio che se ne andava alla svelta non appena suonata la campanella, dicendo di avere un impegno. Se l’era svignata, senza avvertirmi né salutarmi – ma perché!? Frustrato, ho recuperato registri e libri per metterli a posto nell’armadietto. Ed è stato allora che mi sono accorto di quel biglietto attaccato con un pezzetto di scotch proprio sull’anta arrugginita.

Caro Achille,
quello che è accaduto ieri (e anche stamattina, in realtà) è stato una sciocchezza, un errore. Non dico che sia stata solo colpa tua, mi assumo anche io la mia parte di responsabilità. Ma non possiamo iniziare una relazione – io e te – non è una cosa possibile. Mi affido al tuo buonsenso, sono certa che capirai.
Ti chiedo quindi di non cercarmi più fuori dalla scuola, e di limitare le nostre interazioni alle sole attività lavorative.
Con profonda stima,
Elena

Una pagina di agenda strappata alla buona e quelle quattro righe scritte di fretta, con una calligrafia trascinata, senza coinvolgimento emotivo. Un telegramma di congedo, una asettica lettera di fine rapporto. Non posso tollerare un simile trattamento da parte sua, non posso permetterle di troncare così una relazione in cui – mai come stavolta – sono coinvolto anima e corpo. Ma, soprattutto, non posso lasciarla ancora una volta censurare i suoi sentimenti, di proibirsi ancora una volta di sentire per paura di farsi male.

Mi precipito in strada, dimenticando la moto nel parcheggio della scuola, e inizio a correre a perdifiato – potrei raggiungerla, se ho fortuna. Quando finalmente riesco a intercettarla, infagottata nel suo cappotto scuro, devo chiamarla diverse volte prima che si fermi e si giri verso di me.
“Cosa c’è, De Marco?”
Odio quando mi chiama per cognome, e lei lo sa. “Ti avevo detto di aspettarmi” ansimo, cercando di riprendere fiato dalla corsa. “Si può sapere perché sei scappata via?”
Fa un passo indietro nel tentativo di mantenere una distanza di sicurezza da me. “Non hai letto il biglietto che ti ho lasciato in sala professori?”
Tiro fuori il suo pizzino dalla tasca del giaccone e glielo mostro. “Intendi questo?” Lo accartoccio sotto al suo naso e lo butto a terra. “L’ho letto, ma non l’ho capito. Andiamo – tu mi piaci, io ti piaccio…dove sta il problema?!”
“Hai pensato a quello che potrebbero dire i nostri colleghi, a quello che potrebbe dire il preside di una nostra eventuale relazione?”
“Non sono affari loro. Ascani ha la moglie che insegna inglese allo scientifico, no? E invece Dellorusso ha una sorella che insegna nella nostra scuola – gemella. Non è reato avere relazioni sul luogo di lavoro.”
“È diverso” prova a obiettare.
“Non è diverso, invece. O forse ti vergogni di me, di uscire con un tipo come me? Cosa c’è, non sono alla tua altezza? Non sono abbastanza per i tuoi standard? Eh?”
“Non l’ho mai detto.”
“Ma l’hai pensato” sbotto furioso. “Lo vedo come mi guardi quando siamo a scuola, in mezzo agli altri – con disprezzo, come se fossi un deficiente, una mosca fastidiosa da scacciare con la mano. Non mi stimi, non pensi che possa essere una persona seria, ogni tanto, e che possa avere magari dei sentimenti.”
Mi guarda, muta e indecifrabile come una sfinge. “Hai finito?”
Riprendo fiato dopo quell’arringa che, mi sto rendendo conto, è stata del tutto inutile. Non riuscirò a farle cambiare idea. “Ho finito.”
“Posso chiederti di lasciarmi stare ora?”
Annuisco, mentre la bile mi sale alla bocca dello stomaco lasciando una scia di fuoco. “Posso dirti che sei una stronza?”
“Puoi dire e pensare quello che vuoi, Achille. Tu non mi conosci.”
“Ti conosco, invece, e fin troppo bene. Per questo ti posso dire con certezza che stai facendo la cazzata più colossale della tua vita.”
“Tu sei solo un cafone egocentrico e arrogante, e pensi che tutte le donne cadano ai tuoi piedi come per magia. Mi dispiace deluderti, ma per conquistarti la mia stima ci vuole ben più di qualche sorriso e due battute idiote.”
“Ah, sì? E allora perché mi hai baciato ieri?”
“Te l’ho detto, ho sbagliato.”
Non sono disposto ad ascoltare un secondo di più delle sue idiozie, mentre prova a convincere se stessa di non provare niente, per questo motivo le prendo il volto tra le mani e le stampo un bacio sulla bocca mentre la sento tremare tutta. “Dimmi che anche questo è un errore, dimmi che non significa niente per te. Dimmelo.”
La mia mossa a sorpresa l’ha lasciata senza parole. I suoi occhi si sono fatti grandissimi e vi posso leggere il terrore puro. Scelgo di sfruttare il momento per baciarla di nuovo, per inebriarmi del suo sapore e intossicarmi del suo profumo, tenendola stretta nel mio abbraccio per impedirle di fuggire via.
La mancanza di ossigeno ci porta inevitabilmente a separarci. Schiaccio la fronte contro la sua, ansimando. “Allora? Vuoi dirmi che problema c’è?”
Lascia andare un sospiro esagerato. “Non so se riesco a fidarmi. Di te, che sei un seduttore incallito che non si lascia sfuggire occasione per fare il cascamorto con qualsiasi ragazza. E di me, di non riuscire a gestire questa situazione. Il terreno dei sentimenti è scivoloso, e c’è il rischio di farsi molto male.”
“Non ti farai male.”
“Come puoi esserne sicuro?”
Perché ti amo da morire, vorrei confessarle, ma sarei patetico e le metterei ancora più paura di quanta non ne abbia già. “Perché ci sono io.”
“E questo dovrebbe bastare a rassicurarmi?”
Nel suo sguardo, dietro l’imbarazzo, dietro la rabbia e la frustrazione, intravedo la sua paura. Non so da dove venga, come sia nata, ma mi rendo conto che è profonda e ben radicata nel suo cuore. “Non mi sognerei mai di farti del male” dico, solenne, sperando di suonare convincente.
Insperatamente, questa mia garanzia sembra bastarle. Si getta a peso morto fra le mie braccia aperte, e io non posso far altro che stringerla più forte che posso. “Tienimi stretta, ti prego.” Il suo corpo esile e snello, incartato dentro al vecchio cappotto troppo grande per lei, è scosso dai tremiti. Sarà dura conquistarmi la sua fiducia, ma sono determinato a non lasciarmi sfuggire questa occasione preziose e a indagare i motivi che l’hanno portata a essere così timorosa e spaventata.
“Promettimi una cosa, però” mormora.
“Quello che vuoi.”
“Promettimi che saremo discreti, che tu sarai discreto. Non voglio che tutta la scuola sappia che stiamo insieme.”
“E così stiamo insieme?” la incalzo, più che altro per sciogliere la tensione che si era creata.
Mi dà una spinta sulla spalla. “Smettila, mi hai capito? Questa cosa deve rimanere fra di noi.”
“Va bene, te lo prometto.” Faccio per baciarla ancora, ma mi interrompe di nuovo.
“E un’altra cosa, anche. Non ti azzardare mai a chiamarmi amore.”
Ma che razza di richiesta è?! “E perché?”
“Tutte le coppie si chiamano così – anche quelle che non si amano più, o che non si sono mai amate. Noi siamo diversi, siamo speciali. La nostra storia è speciale, non voglio che sia uguale a tutti le altre.”
“D’accordo, non ti chiamerò mai amore.” Le prendo il volto tra le mani e le sfioro più volte la bocca con piccoli bacetti, ottenendo l’effetto di allargare sempre di più il suo sorriso che finalmente riappare. “Abbiamo due nomi epici, il nostro non può che essere un amore epico.”
“E così conosci la mitologia greca? Mi sorprendi.”
“Un pochino, quel tanto che basta a ricordare che Elena era talmente bella da far girare la testa a tutti i soldati e che Achille era il più valoroso degli eroi – il che corrisponde esattamente alla descrizione di noi due.”
“Se la metti in questi termini, comprenderai bene che io e te non possiamo in alcun modo stare insieme. Tu sei un Acheo, mentre io appartengo alla stirpe di Ilio…vogliamo far scoppiare un’altra guerra?”


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