Fiducia

Nota dell’autrice. Questo racconto fa da seguito ai racconti Mauerfall e Confessioni, ma può essere letto anche senza recuperare i racconti precedenti.

L’acqua calda della doccia scorre sui nostri corpi nudi e io mi sento come sospesa. Achille, in piedi di fronte a me, mi sta coccolando armato di spugna e bagnoschiuma, dedicando attenzione a ogni centimetro della mia pelle in un modo di cui non credevo fosse capace. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociano mi sorride, e il suo imbarazzo malcelato fa capolino fra la cinica impudenza e la facciata da sbruffone che ci tiene tanto a mantenere, anche con me.
Siamo tornati poco più di un’ora fa dalla gita scolastica, abbiamo entrambi accompagnato due nostre classi per una settimana in visita guidata nelle Marche. Durante il viaggio di ritorno, abbiamo accumulato ritardo sulla tabella di marcia a causa di un incidente sull’autostrada – saremmo dovuti arrivare nel pomeriggio e invece si sono fatte le dieci passate mentre ci siamo assicurati che tutti i ragazzi avessero incontrato un genitore o un familiare con cui tornarsene a casa.

È stata una settimana dura, la mia prima gita lunga da insegnante, e tutta la tensione accumulata in questi giorni – ripetere l’appello in continuazione, controllare che non mancasse nessuno, fare la ronda in albergo ogni notte, perquisire le borse e le valigie alla ricerca di sigarette e altre porcherie – mi ha travolto all’improvviso come una valanga. Mentre Achille mi accompagnava a casa in motocicletta, mi sono appisolata con la testa schiacciata fra le sue scapole e le braccia strette attorno al suo petto, e non mi sono accorta di essere arrivati a casa sua, e non mia, finché non mi ha svegliato per farmi scendere. Senza protestare mi sono fatta prendere per mano e trascinare nell’androne, nell’ascensore e lungo il pianerottolo, troppo stanca per fare domande. Arrivati nell’appartamento, mi ha portato nel bagno e lì mi ha spogliato, depositando qualche bacio qua e là sulla mia pelle, e io l’ho lasciato fare – anche se non eravamo mai stati così in intimità, se non avevamo mai fatto l’amore. Prima di stasera, non ero mai neppure entrata nella sua casa.
E ora eccoci qui, sotto il getto debole della doccia un po’ intasata dal calcare, alla luce soffusa del piccolo neon vicino allo specchio, mentre l’aria si riempie sempre più di vapore. Sento il suo respiro caldo sul collo e il pizzicore della sua barba incolta sulla pelle. Ha detto di essersi scordato il rasoio a casa e non si è fatto la barba per tutta la settimana – chissà se è davvero così o se ha soltanto avallato la sua pigrizia in questi giorni lontani da casa.
“Sei ancora arrabbiata con me?” sussurra al mio orecchio.
Stretta fra le sue braccia, sotto l’effetto intossicante dei suoi baci e delle sue carezze, è impossibile continuare a tenergli il broncio, ma ci provo lo stesso. “Un po’.”

La sera che abbiamo portato i ragazzi alla discoteca abbiamo litigato, di brutto. Pur sapendo bene quanto io detesti mettermi in mostra, mi aveva trascinato nella mischia per ballare e all’improvviso, forte del contesto molto informale in cui eravamo immersi, mi aveva baciato, davanti a tutti gli alunni e ai colleghi che erano con noi. Prima di quel momento eravamo stati attentissimi a non farci beccare mai insieme, a non far trapelare il segreto della nostra relazione, perché temevamo che la nostra credibilità di docenti potesse risentire del gossip che ne sarebbe derivato. Con quella sua azione, se qualcuno aveva nutrito fino ad allora il sospetto che fra di noi potesse esserci qualcosa, ne aveva avuto la conferma.
Gli ho mollato un ceffone all’istante e tutta la sala è piombata in un gelido silenzio. Per il resto della serata non gli ho permesso più di avvicinarsi, né di rivolgermi la parola – permettersi di amoreggiare come due ragazzini, e davanti agli alunni a cui dovremmo dare il buon esempio tra l’altro, era inaccettabile. Grazie a quella sua leggerezza eravamo diventati lo zimbello di colleghi e studenti, non c’era più modo di provare a negare l’evidenza.
Più tardi, mentre stavamo tornando in hotel e il pullman si era trasformato in un dormitorio silenzioso, Achille si è seduto vicino a me e ha iniziato a fare di nuovo il cretino in modo infantile, quasi inconsapevole del pasticcio che aveva combinato, punzecchiandomi con le sue battute senza smettere di cercare di baciarmi.
Te l’ho già detto che ti amo? ha detto a un certo punto.
Ma sei serio?!
Certo che sono serio.
Quelle parole, improvvise, inaspettate, sono state un colpo al cuore. Lì per lì non ho voluto dar loro troppo credito, sperando fossero solo un modo maldestro per fare pace con me. Ma ho continuato a tornare con la mente a quel momento molte volte nei giorni successivi, a disagio con me stessa e con lui. Solo ora mi sto rendendo conto di quanta verità c’era in quella frasetta detta quasi per scherzo. Quello che sta facendo adesso non è forse un modo di dimostrare che tiene a me, il suo modo? Discutibile, magari, ma genuino e onesto. E di certo non posso più permettermi di ignorarlo.

Le sue mani scendono audaci lungo il mio corpo, aiutate dall’acqua e dal sapone. Seguono le curve del seno e dei fianchi e poi più giù, fino alla mia intimità che finora non aveva neppure sfiorato. Prima di proseguire con le sue carezze si ferma un attimo, forse per darmi il tempo di bloccarlo se non voglio che prosegua, e il mio silenzio gli è sufficiente per continuare con il suo lavoro. Ma è un momento, pochi tocchi che hanno il solo scopo di accendere il mio desiderio, e si ferma. Chiude l’acqua, esce dalla doccia tutto gocciolante e indossa l’accappatoio attaccato alla porta, mentre cerca un asciugamano pulito nel mobiletto sotto al lavandino.
Il tessuto è ruvido, l’asciugamano ha subito troppi lavaggi e si è anche un po’ scolorito, ma il tocco di Achille continua a essere quello dolce e delicato che ho appena conosciuto.
“Perché stai facendo questo?” gli chiedo.
“Hai avuto una settimana dura a occuparti dei tuoi alunni, e ora c’è bisogno di qualcuno che si occupi di te.”
“Anche tu sei stato dietro ai ragazzi” obietto.
“Nah, io mi sono fatto solo una divertente settimana di vacanza. Sei tu quella responsabile fra noi due, ricordi?”
Soddisfatto del risultato, getta l’asciugamano a terra, mi prende di peso e mi porta fuori dal bagno, depositandomi dolcemente sul lettino.
Lo vedo vagare nella stanza, fra armadio e cassetti della biancheria, recuperare una maglietta e un paio di boxer e indossarli. Non so se si renda conto di quanto sia seducente, ora che è senza la censura dei vestiti – io stessa me ne sto accorgendo soltanto adesso. La muscolatura asciutta, il corpo agile e snello, i movimenti sicuri in quello che è il suo territorio, i capelli castani arruffati e arricciati dal vapore – tutto trasuda un’intensa virilità che mi stordisce e mi infiamma le viscere. Achille ha un potere su di me, un potere enorme – talvolta ne abusa, magari senza rendersene conto, e questo mi fa paura. So bene che potrebbe coinvolgermi in qualsiasi cosa, e io lo seguirei senza fare troppe domande.
Una volta vestito, torna da me e si stende sul lettino al mio fianco. Con la punta delle dita sfiora i contorni del mio volto, il profilo del naso, le labbra, la punta del mento, quasi in adorazione. “Sei bellissima, lo sai?” Non c’è traccia di presa in giro in questa affermazione – è fin troppo serio perché io possa azzardarmi a rispondergli per le rime.
Ci baciamo, con trasporto, mentre lui riprende le audaci carezze che aveva iniziato sotto la doccia – non mostrando alcuna intenzione di fermarsi, stavolta. Non sono sicura di voler arrivare dove lui mi sta portando.
“Achille, io penso che…”
“Shhh, smettila di pensare, per una buona volta. Puoi dire al cervello di fermare gli ingranaggi?”
“Non ho voglia di fare sesso” chiarisco subito.
“Neanche io voglio fare sesso.”
“E allora perché…”
“Voglio solo prendermi cura di te, trattarti come meriti. Ti fidi di me?”
E così è una questione di fiducia. È sempre una questione di fiducia fra di noi. Non riesco a capire quali siano le sue intenzioni, cosa voglia fare – è un salto nel buio, questa sera, che scelgo di compiere. “Mi fido di te.”
Sorride. “Bene. Ora chiudi gli occhi, e fermami solo se faccio qualcosa che ti dà fastidio o ti fa male, intesi?”
Le nostre labbra si incontrano in un bacio lungo, sensuale, mentre la sua mano riprende a lavorare sul mio sesso umido e gonfio per il desiderio. Se non fosse così bello, forse morirei per la vergogna di essere nuda, esposta, completamente alla sua mercé. Ma i suoi gesti sono inebrianti, i suoi baci bollenti sul collo e sul seno mi lasciano senza fiato, le sue dita dentro di me toccano le corde più intime e nascoste della mia eccitazione. Sento la sua voce profonda, lontanissima e vicinissima allo stesso tempo, che mi dice di lasciarmi andare – e io perdo sempre di più il contatto con la realtà, fino a che sento il mio corpo farsi rigido e il respiro bloccarsi in gola, prima di sciogliermi nel più languido dei piaceri.
Sono così esausta e appagata che potrei quasi addormentarmi seduta stante, mentre le sue dita ancora alimentano gli ultimi echi del mio godimento, ma non sarebbe corretto: lui non ha avuto la sua parte. Faccio per muovermi sotto il suo peso, per arrivare dentro ai suoi boxer e ricambiargli il favore, ma le sue mani mi bloccano prima che possa raggiungere la meta. “Tieni le mani a posto, Fräulein.”
“Non è giusto” protesto. “Io sono…”
“È giusto invece. L’ho fatto solo per farti rilassare, per farti riposare meglio. Non avevo secondi fini – sul serio.” Si avvicina al mio collo, il suo respiro caldo mi accarezza l’orecchio. “Ti è piaciuto?” chiede, gentile, senza malizia.
Annuisco. È stato uno degli orgasmi più soddisfacenti che abbia mai provato in vita mia.
“E allora va bene così. Ti sto chiedendo di pensare a te, per una buona volta, soltanto a te, di essere egoista. Pensi di poterlo fare?” Mi bacia. “È come un regalo, accettalo senza farti troppe domande.”
Lo sento muoversi accanto a me, mettersi carponi sul materasso e girarmi fino a mettermi stesa con la schiena rivolta all’aria. Le sue labbra percorrono la mia schiena su e giù, lasciando un tracciato di piccoli baci lungo le vertebre, e decido di arrendermi alle sue attenzioni: se il suo scopo è quello di farmi stare bene, di darmi modo di rilassarmi e di godere delle sue attenzioni, perché non posso semplicemente lasciare che accada invece di continuare ad aggrapparmi al mio glaciale rigore?
Non passa molto tempo prima che le sue mani prendano il posto delle labbra e inizino a muoversi sulla mia pelle nuda – esperte, sicure, decise – alla ricerca dei grovigli di nervi e dei muscoli troppo rigidi. Sento i suoi pollici disegnare piccoli cerchi che hanno il magico potere di sciogliere tensioni che non sapevo neppure di avere, facendomi sentire appena un po’ di sofferenza. Sospiro mio malgrado. “Hai talento, sai?”
“Mhmh.”
“Dove hai imparato?”
“Niente domande, Fräulein. Non è il momento di fare conversazione.” Posso percepire la sua premura in ogni gesto, in ogni carezza, anche se non lo vedo in faccia, e sono quasi spaventata dalla forza dell’onda di affetto – amore? – che sta riversando su di me. Ho paura che questa nostra relazione stia prendendo una piega troppo impegnativa rispetto a quella che tutti e due avevamo previsto all’inizio.
Quando è soddisfatto del suo trattamento, mi dà un leggero buffetto fra le scapole e un bacio sui capelli. “Hai fame?”
“Tu?”
“Un po’. Potrei mangiare te.” Mi morde un paio di volte sulla spalla, coi denti, giusto per rendere chiaro il concetto.
“Non credo sia una buona idea. Non hai qualcosa nel frigo?”
“No, mia cara. Devi sapere che sono stato tutta la settimana fuori casa.” Si mette seduto sul letto, pensieroso. “Forse ho ancora un po’ di gelato.”
Si alza e va in cucina. Non ho intenzione di seguirlo, sto troppo comoda spiaccicata sul suo materasso.
“Ho due Magnum” grida dall’altra stanza.
“Che gusto?”
“Normali, ovviamente. Non mi piacciono le cose strane.”
Vada per il gelato, è evidente che lo desidera. Dopo che si è dedicato a me tutto questo tempo, che mi costa fargli compagnia per uno spuntino?
“Allora, che vuoi fare?” dice facendo capolino dalla porta.
“Lo voglio, ma vorrei mettermi anche qualcosa addosso.”
“Aspetta.” Dalla pila di magliette che aveva tirato fuori dall’armadio prima ne prende una grigia con il logo degli ACDC e me la porge. “È pulita – se vieni di là scoprirai che ho anche una lavatrice, oltre ai Magnum, e che so anche farla funzionare.”
“Grazie. Non solo per la maglietta…anche per il resto.”
Fa spallucce. “Sono qui per te.”

Accoccolati l’uno accanto all’altra sul divano, facciamo cin cin con i gelati e li mangiamo con calma, commentando gli eventi della gita appena conclusa. Le sue dita giocano con i miei capelli ancora un po’ umidi, afferrano una ciocca e scorrono lungo tutta la sua lunghezza, prima di ricominciare daccapo con un’altra.
“Volevo chiederti scusa” dice a un tratto. “Per quello che è successo l’altra sera, in discoteca. Ho agito da stupido, mi sono fatto trasportare dal momento.”
È arrivato il momento di scoprire le carte. “E io sono stata esagerata, non avrei dovuto reagire così. È che…”
“Lo so, tu non vuoi che ci vedano insieme, che sappiano che stiamo insieme. Ed è giusto.” Avvolge lo stecco del gelato, ormai finito, dentro l’incarto di plastica e si pulisce la bocca con il dorso della mano. “Ma io mi sono stufato di nascondermi, come se stessimo facendo qualcosa di illegale o di sbagliato.”
Lascio andare un sospiro. So che ha ragione, ma non mi sento ancora pronta ad affrontare gli sguardi e i commenti dei nostri colleghi, dei ragazzi e dei loro genitori. Io per prima ci ho messo settimane per farmi entrare nella testa l’idea che avessimo una relazione – è troppo presto per far entrare gli altri nella nostra storia.
“Stiamo facendo qualcosa di sbagliato, secondo te?” chiede, retorico.
“No, certo che no – è solo che non so come comportarmi, cosa fare. Gli altri non capirebbero, nessuno capirebbe.”
“Non è necessario che capiscano, io voglio solo non dovermi più nascondere.” Sospira. “Io ti amo, Elena. E non sto scherzando.” Sento le parole rimbombare nella gabbia toracica sotto il mio orecchio. Quando è serio mi fa ancora più paura di quando fa il deficiente.
“È…è tanto da dire.”
“Lo so. Ma tu mi credi?”
Annuisco.
“Tu sei preziosa per me, e…io mi sto impegnando davvero, e non voglio perderti. Non me ne frega niente di quello che pensano gli altri, a me importa solo di te.”
Questa sua confessione spiazzante mi riempie gli occhi di lacrime e il cuore di commozione. Mi siedo sulle sue gambe – ho bisogno di guardarlo negli occhi per non cadere nel vortice delle emozioni. “Achille, io…” Vorrei dirgli che anche io lo amo, che è l’unica persona che ha saputo toccarmi l’anima senza farmi male, nonostante le premesse tutt’altro che rassicuranti, ma le parole mi muoiono in gola.
“No, ti prego.” Mi punta un dito sulle labbra. “Non perché l’ho detto io. So che per te è difficile esprimere i tuoi sentimenti – l’ho capito ormai. Ma saprò aspettare, perché so quello che provi. Conosco il tuo cuore.”


Tutti i miei racconti sono disponibili in forma gratuita (e lo saranno sempre) ma, se ti piace quello che scrivo e vuoi supportare il mio lavoro, puoi farlo offrendomi un caffè virtuale QUI.

Iscriviti alla mia newsletter per ricevere ogni mese un racconto in anteprima da scaricare gratuitamente.

Torna alla  pagina dei racconti.